Uno di Noi: Michele Reginali

Quando e come nasce il tuo percorso artistico fotografico?

Non ricordo che nella mia vita ci sia stato un momento in cui la fotografia non sia stata presente e filo conduttore comune alle diverse fasi della mia crescita.

Figlio di un appassionato di fotografia, sin da bambino amavo mettere le mie mani nella sua grande borsa nera in cui teneva la sua reflex, gli obbiettivi, il grande flash a slitta e tante altre cose per me attraenti e stranissime.

Crescendo ho sempre provato attrazione verso questo magico mondo in grado di catturare un istante e renderlo eterno… in grado di congelare lo scorrere del tempo.

Con il passare degli anni poi sono entrato a contatto con la fotografia in maniera più concreta e attiva attraverso la passione e la bravura di un amico “fraterno”, Davide Atzei, che mi ha iniziato a questo mondo facendomene innamorare definitivamente.
Ma la svolta del mio percorso artistico e la scelta della strada che poi avrebbe contraddistinto tutta la mia produzione è stato l’incontro, prima virtuale e poi reale, con il fotografo milanese Luca De Nardo… vedendo i suoi scatti e l’intensità che riusciva a trasmettere giocando con la sensualità e la bellezza femminile, rimasi folgorato da quel mondo e da quel linguaggio che non ho più abbandonato e che tuttora descrive e racchiude il MIO concetto di fotografia e il MIO concetto di bellezza… il nudo artistico.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?

Oltre ai due nomi che ho citato precedentemente, e che io reputo davvero artisti dell’immagine e giocolieri della luce, sono tanti i mostri sacri della fotografia che da sempre mi affascinano ci sono sicuramente i più blasonati e famosi Helmut Newton e Henri Cartier-Bresson, che hanno in un certo senso scritto il concetto stesso di fotografia, ma anche e soprattutto il rapporto emotivo-emozionale che deve instaurarsi tra il fotografo e ciò che ritrae, ma sono davvero tanti i fotografi dai quali seppure indegnamente cerco di trarre ispirazione e insegnamento.

Di Kenro Izu, forse sconosciuto ai più, fotografo giapponese trapiantato poi a New York, mi affascina e attira la delicatezza e la leggerezza con la quale si avvicina ai suoi soggetti quasi come a non volerne disturbare la quiete o la sacralità… famosissimi i suoi scatti che ritraggono culture diverse e tradizioni lontane anni luce dalle nostre… chi decanta la bravura e la magnificenza di Mc Curry credo che dovrebbe dare uno sguardo ai lavori di Izu.

Ma non amo soffermarmi troppo su un singolo artista e su un singolo stile per non lasciare che l’ammirazione per quel tipo di fotografia divenga poi emulazione ed è per questo che continuamente mi lascio incuriosire e affascinare anche da artisti meno blasonati e meno conosciuti.

Dovendo concludere la carrellata dei nomi che più ammiro e seguo, tra i “famosi” aggiungo Richard Avedon, Dag Hecht e Mona Kuhn.

Cosa cerchi di cogliere ed esprimere attraverso la fotografia?

Una frase a mi è molto cara recita: “Ciò che stai cogliendo e fotografando è in realtà la percezione di te stesso” e credo che sia davvero rappresentativa del mio rapporto con questa forma d’arte.

La prima e più importante ricerca è quella introspettiva, infatti cerco di cogliere soprattutto la mia visione della bellezza, il mio concetto di sensualità e di erotismo (nell’accezione nobile che questo termine ha per me). 
Nudo e arte da sempre hanno rappresentato un binomio privilegiato attraverso il quale si parla di bellezza.

Canova, Michelangelo, Goya, Botticelli, Donatello… hanno insegnato al mondo il loro concetto di bellezza attraverso il nudo, sia esso maschile o femminile.

Purtroppo oggi il nudo è strumentalizzato dal mercato per veicolare altri messaggi e prodotti commerciali… con l’unico intento di far leva sulla sfera sessuale per monetizzare profitti.

Tutto questo, nulla ha a che vedere con il nudo, ne tanto meno con l’arte.

C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?

Un aspetto che da sempre mi ha affascinato e attratto è il contrasto tra perfetto e imperfetto, tra vecchio e nuovo, tra bello e brutto e questo fa si che io dedichi buona parte del mio tempo alla ricerca di location e di luoghi capaci di esaltare questo genere di contrasto.

Quindi vecchie miniere, vecchie fabbriche ormai abbandonate, ambienti crudi, freddi, morti, che diventano la cornice perfetta per ospitare ed accogliere la bellezza e la delicatezza di un corpo femminile, esaltandone la dolcezza e la sensualità.

Da qualche tempo ho intrapreso un nuovo progetto che presto spero possa vedere la luce.
Qual’è il tuo rapporto con il mercato?

Una delle caratteristiche che maggiormente contraddistingue la mia produzione artistica e la mia fotografia è proprio il mio essere completamente slegato da ogni logica di mercato.

Il fatto di non avere mai a che fare con clienti o committenti, mi permette di non imbrigliare il mio processo creativo nelle logiche di mercato che troppo spesso chiedono di produrre ciò “che vende” a discapito della ricerca artistica, del gusto personale dell’artista e di una sua libera interpretazione di ciò che osserva e ritrae.

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere di quest’arte?

In un era in cui chiunque ha in tasca strumenti per catturare immagini e “fare foto” credo che sia sempre più difficile cogliere il giusto valore di una foto.

A coloro che spesso mi scrivono per avere piccoli consigli o suggerimenti, io ripeto sempre e solo la stessa cosa: CERCA TE STESSO, CERCA DI TROVARE LA TUA FOTOGRAFIA… e non pensare se ciò che realizzi conquista like o riceve consensi… ma se quando riguardi una di quelle foto ritrovi parte dell’emozione che ti ha spinto a fare quello scatto.

 

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